venerdì 2 aprile 2010

Destra o sinistra? La terza via

Ho pensato a lungo prima di mettere mano alla penna per scrivere questa lettera. Ci ho pensato molto perché so che alcuni tra i miei conoscenti saranno sinceramente stupiti di fronte a queste riflessioni e che sicuramente ci sarà (soprattutto tra le mie amicizie politiche) chi condannerà senza possibilità di appello le mie parole.

Con l’appropinquarsi delle tornate elettorali, questa volta amministrative, in ogni cittadino avente diritto al voto si ripresenta puntualmente il dilemma di cosa fare. Personalmente sono convinto che la struttura giuridica elettorale e la delega insita nella pratica del voto rappresentino l’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere una sana possibilità di partecipazione politica agli espletamenti della cosa pubblica, ma anche ammesso che nell’ambito di questo sistema vi possano essere margini di miglioramento della nostra fragile democrazia credo che le rare persone di fiducia che si potrebbero eleggere si troverebbero come sempre imbrigliate in meccanismi istituzionali tali per cui di fatto potrebbero fare ben poco deludendo di conseguenza le aspettative di chi li ha votati.

La situazione, come sempre, non è univoca. Per operare una riflessione onesta non si può non tener conto dei diversi tipi di elezione.

Per quelle politiche, dato come da tempo si stanno conformando i giochi e i meccanismi che le distinguono, le speranze di una capacità d’incisione, anche infima, da parte dell’elettorato sono veramente una pia illusione. È sufficiente pensare alla fine che ha fatto la cosiddetta sinistra radicale che, da sempre ossequiente al gioco parlamentare, è stata di fatto estromessa dal parlamento, resa silente e inesistente dal sistema, costretta nolente a diventare ex ed extra parlamentare. A livello nazionale, secondo me, qualsiasi voto non può che sperdersi nel marasma autoritario della politica politicante.

Almeno teoricamente, invece, le elezioni amministrative sembrano offrire un’opportunità maggiore. Siccome sono funzionali alla costituzioni di governi e assemblee locali possono far supporre di poter avere una qualche incidenza nelle scelte e nel funzionamento delle istituzioni territoriali. Non è un caso che, in seguito alle continue disillusioni cui da decenni vengono sottoposti i sostenitori dei partiti tradizionali sembri sempre più di moda formare liste locali indipendenti (grillini, girotondini, pensionati, stambecchi, meloni, e chi più ne ha più ne metta). Ammesso, e non concesso a priori, che riescano ad eleggere qualcuno, difficilmente più di uno o due, il ruolo di questi “poveri pellegrini” nei maneggi e nei corridoi del palazzo non potrebbe poi che essere del tutto marginale e inconsistente, quindi impossibilitato a portare avanti ciò che avevano promesso e di cui avevano illuso.

Ad Aosta si gioca una partita importante: due gruppi di potere (uno effettivo ed uno potenziale) si contendono la possibilità di gestire il capoluogo regionale per i prossimi 5 anni, per la prima volta caratterizzando lo scontro in modo politicamente bipolare allineando la realtà locale alla tendenza nazionale ed internazionale che va verso l’estromissione dalle assemblee rappresentative delle forze minori a favore della crescita di due fronti antagonisti ed alternativi destinati a raccogliere la maggior parte dei consensi. La virata a destra della coalizione delle forze autonomiste e il coagularsi a sinistra dell’unionismo scissionista con le forze tradizionalmente de gauche sembrano configurare una competizione che, per la prima volta dopo anni, ha anche il sapore della battaglia ideale oltre a quello della gara per occupare i posti di potere.

Ma è veramente così? L’asse UV-FA-SA-PDL-Lega ha veramente una connotazione di destra, liberale e liberista? L’alleanza ALPE-PRC-PDCI-IDV-Radicali ha veramente una fisionomia di sinistra, socialista, solidale e popolare? Ho i miei dubbi.

A me pare che queste due corazzate che si scontreranno nel mar di Cordela abbiano in realtà molte più caratteristiche comuni che opposte e che quella a cui assisteremo sarà in realtà una battaglia per il potere tra due realtà abbastanza simili.

Il grosso della coalizione di centrodestra è composto da persone che provengono dai vivai dei movimenti dominanti che si troveranno al fianco personaggi, già noti sulla scena locale, che aspirano a divenire parte della nomenclatura egemone; lo schieramento avverso si presenta invece come una raccolta di scontenti dell’area autonomista, carichi di motivazioni personali anziché politiche, conditi da una presenza non pericolosa di personalità provenienti dall’area della sinistra antagonista che con ogni probabilità non avranno le preferenze sufficienti a farli accedere alle stanze dei bottoni e faranno quindi solamente i portatori d’acqua per il fiume in piena dello scissionismo rossonero.

E allora: “che fare”? Ecco tornare, puntuale come l’allergia stagionale, il leniniano quesito. Personalmente non ho ancora deciso però mi stuzzica particolarmente la terza opzione: quella di starne fuori. Sono fortemente tentato dalla possibilità di astenermi. Non un’astensione qualunquista, frutto del disinteresse, della pigrizia o dell’indolenza, ma un’astensione motivata, ponderata, scelta e praticata in nome di quella stessa democrazia che lo strapotere delle burocrazie politiche ha ridotto ad uno squallido mercato.
Rifiutarsi di scegliere tra le due armate che si affronteranno nelle prossime settimane recandosi al seggio e scrivendo sulla scheda “Io canto fuori dal coro” potrebbe essere, questa volta, una scelta politica di grande dignità e, se condivisa da molti, un messaggio forte per coloro che guideranno il vapore e per coloro che, dall’opposizione, faranno loro da cornice.
E’ solo un’idea. C’è ancora tempo per pensarci. Saluti a tutti.

Corrado Olivotto

martedì 7 ottobre 2008

Saperi & Sapori: Prepariamo l'assemblea



Domenica 26 ottobre si svolgerà l'assemblea generale dell'associazione Saperi & Sapori, che organizza le attività culturali dell'espace populaire. Come stabilito, e anche se con un po' di ritardo, il direttivo presenterà le linee generali del proprio progetto, per sottoporlo alla valutazione dei soci. Nell'attuale periodo di difficoltà economica, ci piacerebbe che tutte le persone che hanno a cuore l'espace partecipassero all'incontro per mettere assieme, democraticamente, idee e responsabilità. Parleremo, tra l'altro, delle prossime iniziative, ad esempio l'autogestione delle serate del sabato (sala e cucina) da parte di Saperi & Sapori. Chiederemo l'aiuto e la partecipazione di chi vorrà contribuire, secondo il vero spirito dell'espace: una comunità di persone che hanno voglia di vedersi, di passare il tempo e fare le cose assieme. I punti che abbiamo inserito nell'ordine del giorno sono tanti: l'approvazione del rendiconto economico 2007, la nomina dei probiviri e dei sindaci, la programmazione delle attività 2008/2009, la situazione inerente l'affitto, i rapporti fra l'associazione e la cooperativa Rosso Piccante, che gestisce il ristorante e il bar dell'espace, la proposta di modifica dello statuto dell'associazione, l'approvazione del bilancio preventivo e delle linee guida per il direttivo, la sua conferma e/o l'integrazione, la nomina dei delegati all'assemblea ARCI VdA. Sono tutte questioni importanti e non più rimandabili, se si vuole assicurare il corretto funzionamento dell'associazione e dell'espace. Per questo speriamo nella maggior partecipazione possibile, per un momento fra amici che potrà risolversio in una cena comune. Sin d'ora chiediamo, attraverso i commenti a questo articolo, di contribuire alla riuscita dell'assemblea, dicendo la vostra e proponendo argomenti e questioni.

Il direttivo di Saperi & Sapori

venerdì 3 ottobre 2008

TESI SULL'ATTUALE SITUAZIONE POLITICA VALDOSTANA

Risposta alla domanda: Perché Rollandin prende così tanti voti?

Rien va. Questo breve saggio, necessariamente sintetico e provocatorio, fatto di appunti schematici e ipotesi di ricerca per ulteriori approfondimenti, è stato pensato e scritto con una finalità chiara, trasparente e precisa. Aprire un dibattito serio e schietto sull'attuale situazione politica valdostana, tra coloro che, pur essendo da tempo disimpegnati e distanti dagli intrighi e intrallazzi di palazzo e per di più disincantati nei riguardi dei suoi poco commendevoli protagonisti, nondimeno hanno ancora a cuore le sorti della nostra regione. I tempi stanno cambiando velocemente e impongono risposte adeguate. Il passato non è più all'ordine del giorno. A me sembra, da semplice cittadino, senza animosità e partigianeria, che in Valle d'Aosta non ci sia la necessaria consapevolezza critica delle nuove sfide che ci attendono. Nel frattempo il clima attorno a noi è decisamente peggiorato. La casta politica tira a campare tra palese incompetenza e malaffare. La società civile sopravvive in uno stato di totale passività, che quasi sempre si accompagna a cinico opportunismo e deprimente conformismo. Gli intellettuali nostrani si sono rifugiati nel culto archeologico dell'identità e della memoria. L'informazione è felicemente imbavagliata e l'opinione pubblica, colpevolmente distratta e acquisciente, si limita a consultare il vippometro settimanale. Lo scenario internazionale, infine, è a dir poco inquietante e minaccioso. Ciò nonostante nell'isola felice l'indifferenza e l'insipienza dei suoi soddisfatti abitanti crescono e il libro paga continua ad allungarsi. Ma il caldo latte di mamma regione sta per finire e al risveglio dal torpore casalingo ci sarà poco da scherzare. A questo punto, perseverare ancora nella beata rassegnazione, nella dissimulazione disonesta, negli accomodamenti gattopardeschi del quieto vivere e nella morale filistea della doppia verità non gioverà a lungo. Forse è venuto il momento di prendere la parola, guardare in faccia la dura realtà, chiamare le cose con il loro vero nome (e cognome), avere il coraggio delle proprie azioni. Pertanto, con obiettività e onestà intellettuale, spero che questo mio modesto contributo di pensiero, frutto amaro di disgusto e civile indignazione, possa favorire una libera discussione tra quanti vogliano finalmente riflettere e impegnarsi, senza pregiudiziali tatticismi e strumentalizzazioni ideologiche, in vista di un possibile radicale cambiamento della miserabile condizione della Valle d'Aosta.

Intramontanismo. Le montagne proteggono e soffocano allo stesso tempo. La natura è ancora bella e incontaminata, ma alla lunga stanca, tanto più se la compagnia è pessima e scadente. L'orizzonte si restringe e lo sguardo si abbassa. Alla sera, finita la giornata, si dorme senza sognare. Qui tutto è immobile, manca quasi l'aria. La regione è piccola e angusta, come la città e la gente che vi abita. Tutti si conoscono, si frequentano e tutti cercano di sistemarsi. La vita non presenta pericoli e non riserva sorprese. Sempre la solita routine quotidiana: su e giù per la via, salire le scale, bussare alla porta, salutare gli amici, due chiacchiere al bar. L'amministrazione regionale pianifica, elargisce, protegge, rassicura e controlla tutto per il bene di tutti. Basta chiedere e ognuno sarà accontentato e ricompensato. D'altronde il motto è semplice: bien faire et laisser dire. Pensare non serve davvero. Suvvia, siamo sinceri, cosa ci lamentiamo a fare: c'è di peggio nel gran mondo. Tuttavia, nonostante il diffuso benessere materiale, si invecchia precocemente e le torve facce non sono raccomandabili. Ogni tanto qualcuno s'impicca. C'è tristezza e desolazione per le strade deserte e la gente si annoia. Una strana indolenza alpestre è calata dagli alti monti. Come ha riferito un noto economista italiano, questa valle, addormentata nell'agio e nella ricchezza, sta sprofondando in una condizione atavica di inerzia spirituale e parassitismo. L'epoca è in putrefazione. Si comincia a strisciare. Le bocce sono tante, ciascuno tira la sua, ma tutti mirano a quella centrale, il re. Ma non si tratta che del re della porta accanto, davanti al quale bisogna fare un sorriso ipocrita.

Centro e periferia. Secondo le analisi del politologo Stein Rokkan, nel processo di formazione dello stato nazionale, la frattura centro-periferia produce movimenti etno-nazionalisti e partiti regionalisti. Nei confronti del centro, le periferie si caratterizzano per tre aspetti: distanza (marginalità politica), differenza (diversità culturale) e dipendenza (arretratezza economica). In una prospettiva europea comparata, la Valle d'Aosta rappresenta il caso di una regione periferica con alta forza culturale e bassa forza economica. Da un punto di vista storico e istituzionale, dalla fine della Seconda guerra mondiale sino ad oggi, l'Autonomia valdostana come forma di autogoverno ha superato e risolto il conflitto centro-periferia mediante la negoziazione delle competenze legislative e amministrative. Ora, la riforma costituzionale dello Stato italiano e il tanto paventato federalismo fiscale riaprono la tensione tra centro e periferia, rimettendo in gioco la natura dei rapporti giuridici tra stato centrale e poteri locali. Questo lo stato delle cose. Un dato storico è comunque indubbio e incontrovertibile: la globalizzazione non salverà nessuno. Inutile piagnucolare e recriminare. I margini per rinegoziare la questione sono labili e incerti. Ma probabilmente le vecchie ricette non serviranno più. Dovremmo piuttosto rimboccarci le maniche. Quando Roma e Bruxelles chiuderanno i rubinetti, le vacche grasse presto dimagriranno, il sistema di potere valdostano forse crollerà come il muro di Berlino e la Storia, con merci e turisti appresso, ripartirà: direzione Pechino.

Patroni e clienti. Per l'attuale politologia, l'Union Valdôtaine rappresenta una subcultura politica territoriale. In Valle d'Aosta si è consolidato un particolare sistema politico locale, caratterizzato da un elevato grado di consenso per una determinata forza e da una elevata capacità di aggregazione e mediazione dei diversi interessi a livello locale. Tutto ciò presuppone l'esistenza di una fitta rete istituzionale coordinata dalla forza dominante che controlla il governo locale e tiene i rapporti con il potere centrale. Come la DC della Prima Repubblica, oppure il vecchio PCI nelle regioni rosse, l'Union Valdôtaine è, tecnicamente parlando, un partito clientelare di massa che massimizza il consenso sulla base dello scambio personale di favori tra clienti e patroni. Attraverso reti e pratiche di intermediazione (patronage e brokerage), questo tipo di partito localista distribuisce favori e risorse a cittadini ridotti a clienti, che a loro volta restituiscono i favori attraverso il voto e la lealtà. In questo modo il partito che detiene il monopolio del potere esercita un uso patrimonialistico, personalistico e discriminatorio delle risorse che, in una prospettiva di lungo periodo, fatti salvi i benefici iniziali, avvilisce e danneggia la collettività e l'interesse generale. Un tale sistema politico, tendenzialmente autoritario e mafioso, utilizzando le armi illegali della corruzione e del ricatto (il mitra, per fortuna, ancora non si vede), può evolvere in caciquismo, gangsterismo, caudillismo, cuffarismo, ecc. Per diversi fattori, negli ultimi decenni in Valle d'Aosta si sta verificando, io credo, tra la scandalosa remissività e le molteplici complicità della popolazione civile, una degenerazione delle istituzioni e della società valdostana che ne pregiudicherà l'avvenire. Sinceramente non penso di esagerare in questa analisi pessimistica. In buona sostanza, stiamo assistendo a un progressivo e pericoloso processo di “putinizzazione” della vita politica locale.

Totem e tabù. Il partito regionalista generalmente ha un padre fondatore, un patrimonio mitologico e una liturgia politica. All'origine il suo elettorato proviene dai contadini della campagna. In seguito, con l'evolversi della società, per ottenere maggiore consenso e mantenere il controllo del territorio, esso assume una vocazione interclassista, confondendo insieme elettorato di opinione ed elettorato di scambio. Tuttavia il paradigma economicistico della scelta razionale, del voto di scambio e del clientelismo non è sufficiente a spiegarne il durevole successo. Si tratta, infatti, di un partito identitario, ben radicato nell'immaginario etnico, e soprattutto dotato di una forte valenza simbolica. Per utilizzare sbrigativamente categorie weberiane e freudiane, prendendo il caso particolare e paradigmatico di Rollandin, si può a ragione sostenere che il suo potere personale, tralasciando la legalità, oltre che derivare dalla tradizione si fonda innanzitutto sul carisma. Attraverso meccanismi di identificazione proiettiva, il popolo valdostano segue il suo capo, poiché crede nella sua forza e ha fiducia nella sua guida. Egli è veramente il buon pastore di mucche. Nei momenti storici di insicurezza e precarietà, quali quelli che stiamo attraversando ora, la servitù volontaria del popolo bue si rafforza ulteriormente e si trasforma in una delega assoluta, che spesso presenta i caratteri dell'acclamazione plebiscitaria, a scapito della complessa dialettica democratica con i suoi necessari limiti e controlli. Sia chiaro, la crisi della rappresentanza e della democrazia come forma di governo sono problemi che riguardano ormai tutto l'Occidente. Da un punto di vista prettamente ideal-tipico, questa gestione paternalistica del potere politico è un misto allarmante di cesarismo, bonapartismo, fascismo, gollismo, peronismo, ecc. In salsa rossonera potremmo chiamarlo “rollandinismo”.

Voglia di comunità. Come è stato giustamente detto, nel corso della sua storia la Valle d'Aosta è passata da un comunitarismo premoderno agro-pastorale, dove su una massa ignobile di contadini dominavano preti e signori, a un comunitarismo moderno statal-regionale, diretto e gestito in modo oligarchico da bande e cricche di politici, notabili e funzionari, che controllano la vita economica e sociale della comunità valdostana, mediante cooptazioni e lottizzazioni. Da più parti si afferma che, nonostante tutto, questo sistema di potere ha garantito ai valdostani un efficiente stato sociale e un notevole benessere economico. In realtà si tratta di un sistema perverso e drogato. Proseguendo la similitudine, il tossico si accorge di essere dipendente quando gli manca la sostanza e allora il suo organismo si ammala e crolla. Nel calcolo dei costi e benefici i conti non tornano più. Se non vuole morire, deve cambiare strategia. Certamente non è un'impresa facile, bisogna ripartire da zero. Più comodo maledire il cielo e prendersela con gli altri. Fuor di metafora, come ha ben visto Aldo Bonomi, nelle aree tristi di montagna, rimaste ai margini della globalizzazione, oppure incapaci di metabolizzarne l'impatto e di affrontare i processi di modernizzazione, al di là del libretto di risparmio, è il desiderio di vita che si è indebolito. Tra l'economia che arranca e la società che si debilita in mezzo c'è il nulla: l'anomia, l'apocalisse culturale. Se e quando saranno ridotti o eliminati i trasferimenti dello stato italiano, a quel punto emergerà drammaticamente l'arretratezza strutturale del tessuto produttivo della nostra regione. In un contesto di frustrazione e deprivazione crescono il rancore, il risentimento e, con essi, la tentazione della chiusura etnica e localistica, ovvero la difesa ossessiva e paranoica del proprio territorio contro nemici esterni. Non a caso il vocabolario razzista del neopopulismo alpino delle piccole patrie comincia a prendere piede anche da noi. Quando contributi e buoni benzina finiscono, non rimane altro che il richiamo ideologico della comunità immaginata. Come dire: tanto fumo ma poco arrosto. Nel breve periodo questa strategia politica può pagare elettoralmente, ma alla lunga diventa fallimentare. Si tirano fuori i costumi tradizionali, si rispolverano gli zoccoli, si studia il dialetto, ma così non si fa molta strada.

Giovani. Citando la teoria di Albert Hirschmann, di fronte alla crisi dei partiti e della politica, che oramai è sotto gli occhi di tutti, i cittadini sono posti di fronte all'alternativa tra la protesta (voice), prendere la parola e ribellarsi, oppure la defezione (exit), abbandonare il campo e fuggire. Dal mio punto di vista, come ho cercato di argomentare in questo frettoloso e provvisorio testo, mi sembra che nella società valdostana serpeggi un malessere strisciante per come stanno andando le cose. In modi e toni diversi, e soprattuto tra le persone più lungimiranti, si manifesta la convinzione che perseverare ostinatamente nella vecchia strada non ci porterà da nessuna parte. Il dilemma, allora, è quello di riuscire a coagulare questo malumore attorno a un programma politico forte e credibile, senza disperdere le energie nel vittimismo, che incrementa la propaganda populista e regionalista. Ritengo che una classe dirigente, capace, seria e responsabile, dovrebbe prendere in considerazione questi problemi di sistema e mettere in campo idee e progetti che non si riducano alla mera gestione amministrativa e spartitoria dell'esistente. Temo però che oggi in Valle d'Aosta manchino le persone adatte per un'impresa di tale portata. Perché allora non pensare in grande? Propongo una soluzione stravagante, da rinviare a un lontano futuro. La comunità valdostana dovrebbe prendersi cura della formazione della propria gioventù nel modo seguente. Mandare obbligatoriamente, per legge, tutti i giovani neodiplomati valdostani fuori dalla petite patrie, in Italia e soprattuto all'estero, a studiare e lavorare fino all'età di trent'anni. Naturalmente a totale carico dei residenti. Le risorse finanziarie si trovano. Per esempio, si potrebbe cominciare a chiudere la locale università che sforna impiegati e maestrine. Ho letto che un laureato da noi costa circa 40 mila euro annui. Credo si possa spendere meglio il denaro pubblico. Insomma, investire e scommettere sulle nuove generazioni, per preparare una classe dirigente più competente e dignitosa. Uscire dall'ombelico della regione; fare un giro più lungo del tour delle sagre di paese; vedere, conoscere e praticare il resto del mondo; e poi forse ritornare con idee nuove da realizzare. Lasciare i giovani ai deliri alcolici della festa dei coscritti e all'elemosina di un posto in regione, non è un modo saggio di affrontare il futuro.

(Pierluigi Vuillermin)

martedì 30 settembre 2008

Il giorno che abbiamo comprato un pezzo di Val di Susa...



Ora e sempre No Tav !
Tempi duri per la nostra Vallée.
A forza di sentir ripetere che la nostra è la migliore delle Regioni possibili, alla fine si rischia di seguire il coro non per paura o per convenienza, ma perché si crede veramente di vivere in un’isola felice.
L’antidoto per non ritrovarsi ad applaudire il Conte verde durante la Festa della Valle d’Aosta, è quello di andare oltre Pont e frequentare altre comunità in movimento.
Ad esempio, la Val di Susa.
A Giugno, assieme a migliaia di altri cittadini ho partecipato alla seconda edizione dell’iniziativa "Compra un posto in prima fila": una forma di azionariato attivo e diffuso, promosso dal movimento NO TAV. In pratica, ognuno acquista, per 15 euro, un metro quadro dei terreni interessati dalla nuova linea Alta Velocità Torino-Lione, con l’obiettivo di rendere molto più complesso l'esproprio. Si tratta di un'azione di protesta nonviolenta: gettare sabbia negli ingranaggi del potere.
Eravamo veramente tanti, persone di tutte le età e di diversa appartenenza sociale, accomunate dal desiderio di difendere il proprio territorio e di resistere alle logiche devastanti del capitalismo globale. Tutti in coda per firmare davanti al notaio e poi partecipare all’assemblea popolare con Marco Revelli e Riccardo Petrella, per parlare del locale e del globale e di come i due livelli si intreccino attraverso la questione dei beni comuni.
Io ero lì, a nome della Valle d’Aosta che resiste: in particolare, il Comitato valdostano contro il ritorno dei TIR e l’Espace Populaire.
Quella valsusina è una comunità che non si arrende, nemmeno ora che con il governo Berlusconi tutto sembra più difficile e appaiono le prime divisioni all’interno del movimento, soprattutto tra Sindaci e cittadini.
In questo senso, il lavoro del c.d. "Osservatorio Virano" sembra aver messo in crisi i NO TAV o comunque seminato confusione nel loro campo. Il progetto "F.A.R.E." - fumosa bozza d’accordo tra Governo, Osservatorio, Sindaci e l’ineffabile Governatrice del PD Bresso – fa balenare possibili modifiche al tracciato, interventi di compensazione per i Comuni, che spesso hanno la stessa logica sviluppista e antiambientalista della TAV, e un generico riequilibrio dei flussi di traffico da gomma a rotaia, oltre ad una possibile revisione del cronoprogramma dell’opera (si parte dove l’opera è meno contestata). L’obiettivo evidente è quello di depotenziare la protesta, privandola dell’appoggio istituzionale per poi reprimere stile Genova o Venaus quelli che oseranno ancora resistere. Come ha dichiarato Berlusconi , rispetto alla TAV e al Ponte sullo stretto "Noi abbiamo imposto le decisioni dello Stato e così faremo anche in futuro, così come e' successo a Napoli, e in Campania, dove abbiamo riportato lo Stato di civiltà attraverso anche l'uso delle forze militari".
Persino Legambiente, sembra cascare nel tranello e abbozza una cauta soddisfazione rispetto al "FARE".
Ma i cittadini, gli stessi delle marce – una recente fiaccolata con migliaia di persone ha dimostrato che il movimento c’è ancora e che sarà ancora "düra"…- , dei presidi al freddo, quelli che si sono presi le botte (chi offrendo l’altra guancia e chi restituendo qualche colpo…) e che si sono ricomprati la loro terra, hanno ribadito la ferma opposizione alla linea TAV/TAC Torino-Lione, in qualunque forma venga presentata, richiamando i Sindaci al rispetto della delega democratica, dato che i Consigli comunali e le assemblee popolari non hanno mai approvato l’accordo in questione.
Affermano che il finanziamento europeo di 671,80 milioni di euro – un’inezia rispetto alla spesa generale stimata - per la linea TAV/TAC Torino-Lyon va a finanziare un’opera inutile, devastante ambientalmente e dannosa economicamente, che ipoteca per i prossimi anni ingenti risorse che saranno tolte a sanità, istruzione, welfare e pensioni.
Denunciano che questa ulteriore truffa ai danni dei cittadini contribuenti italiani ed europei, camuffata dalla presunta volontà di trasferire il traffico dalla gomma ala rotaia, avviene mentre la Regione Piemonte apre alla seconda canna autostradale del Frejus, mentre la Provincia di Torino lancia il progetto della tangenziale est con prevedibili e ammessi disastri alla collina, mentre il governo taglia in finanziaria 924 milioni di euro alle Ferrovie.
Ed ora che il Governo prende le distanze dal FARE, quelle fantastiche persone, che hanno mantenuto la loro coerenza, dimostrano che avevano ragione.
Ecco un sincero modello di autonomia per la Vallée: la Val di Susa, cittadini coscienti che difendono il loro diritto alla partecipazione e non lo svendono in cambio di qualche favore o inseguendo miti micronazionalisti.
Alexandre Glarey – per info: www.notav.eu

lunedì 22 settembre 2008

Pago, posso, pretendo? NO. grazie! Non all'espace, almeno...

In risposta alla lettera di Corrado Ferrarese sulle modalità di gestione delle attività culturali dell’Espace populaire, si ricorda che l’Associazione Saperi & Sapori, circolo culturale affiliato all’ARCI, gestisce tali iniziative attraverso un direttivo i cui membri sono regolarmente eletti nell’assemblea annuale dei soci. Il direttivo è inoltre allargato ai soci che vogliono partecipare all’organizzazione degli eventi e alle attività connesse (preparazione locandine, permessi SIAE, contatti con enti e persone). Di conseguenza, il direttivo non è un organismo chiuso e settario, composto da membri “che hanno nel loro DNA una bieca ed anacronistica mancanza di umiltà”, come sostiene il buon Corrado, ma un gruppo di persone che in tutta umiltà dedicano gratuitamente il proprio tempo per l’organizzazione e la realizzazione delle manifestazioni, come sa bene il socio Ferrarese, membro del direttivo dall’agosto 2007 fino al giorno delle sue dimissioni “inderogabili e non discutibili”. Tutte le attività dell’Associazione, per decisione condivisa da tutto il Direttivo, vengono svolte senza gravare sui soci, cioè senza far pagare biglietti di ingresso. L’unica fonte di entrata dell’Associazione Saperi e Sapori è quindi rappresentata dai proventi del tesseramento. Durante il 2007/2008 le difficoltà economiche della Cooperativa Rosso Piccante che gestisce l’attività di ristorazione ed il bar, unite al risultato delle ultime elezioni regionali - che hanno privato l’Espace del sostegno economico dei consiglieri dell’Arcobaleno a garanzia del pagamento dell’affitto dei locali - ci hanno costretto a lanciare la campagna dei 100 soci, tuttora in corso e che speriamo possa dare i risultati sperati. In conseguenza di tutto ciò, il direttivo ha deciso di organizzare gli eventi culturali puntando sulla gratuità delle prestazioni degli artisti, limitandosi a rimborsare agli ospiti dell’espace il vitto, l’eventuale alloggio e le spese di viaggio. Abbiamo forse dovuto rinunciare a qualche nome altisonante ma portiamo nel cuore i tanti ospiti con cui abbiamo condiviso le serate, primi fra tutti – ci piace ricordarlo – Beppe Barbera , insieme agli altri musicisti del jazz e alle giovani promesse di Musicalmente che hanno suonato tutti gratuitamente a sostegno del progetto Espace. Durante il 2008, il socio Corrado Ferrarese, allora membro del direttivo, ha organizzato, in accordo con noi ma in piena autonomia com’è naturale tra persone che si fidano l’una dell’altra, vari appuntamenti, tra cui quelli della rassegna Espace Montagna. Il direttivo ha dato per scontato che la politica delle prestazioni gratuite fosse rispettata, almeno nei suoi principi fondamentali. A posteriori, si viene a scoprire che la maggior parte degli eventi organizzati dal buon Corrado Ferrarese ha implicato un’elargizione di compensi - tutti a carico dello stesso Ferrarese, beninteso - mai condivisi con il direttivo, creando una condizione di disparità con altri soggetti che non hanno percepito nessun tipo di cachet. Anche le iniziative proposte per il presente anno avrebbero previsto lo stesso meccanismo. Il direttivo ha tentato di mediare, scontrandosi con risposte sempre negative da parte del buon Ferrarese. Queste sono le “motivazioni risibili” che hanno portato alla negazione non della rassegna, positiva e che ci piacerebbe riproporre, ma delle modalità di gestione proposte. Ce ne dispiace - soprattutto per Pietro Giglio e per i suoi ospiti che tante energie avevano profuso per la buona riuscita della stessa – ma Espace Populaire in questi anni ha cercato di essere luogo di incontro e di sperimentazione, di svago e di cultura, di socializzazione e di dibattito sempre seguendo i principi della massima condivisione delle scelte, della partecipazione e del coinvolgimento dei soci. Un luogo di costruzione - il più possibile condivisa e collettiva - di “un altro mondo possibile”. All’Espace il principio del “pago, posso, pretendo”non trova dimora. Se Espace Populaire smette di essere questo, per diventare luogo di esibizione solipsistica dei singoli, semplicemente NON E’, non esiste più. Se ne dia pace il buon Corrado, considerato l’alto valore delle iniziative da lui proposte, non faticherà di certo a trovare qualcuno con minori sovrastrutture etico-morali che possa ospitarle. Quanto all’invito a non proporre iniziative all’Espace, non ce ne preoccupiamo. I singoli e le Associazioni che hanno collaborato con noi in questi anni conoscono bene l’impegno che siamo in grado di offrire. Il loro è il solo giudizio che ci interessa. Questi chiarimenti sono dovuti per correttezza nei confronti dei soci, dei relatori, degli artisti e di tutti quelli che con il loro tempo e varie sottoscrizioni contribuiscono a tenere in piedi uno spazio che vuole scommettere sulle persone e su un modo di rapportarsi non basato sul principio per cui “io pago e faccio quello che voglio”. Il direttivo di Saperi & Sapori

venerdì 6 giugno 2008

Assemblea annuale dell'espace populaire

Sabato 14 alle ore 16 si terrà l’assemblea annuale dell’associazione SAPERI E SAPORI, alla quale tutti i soci sono invitati a partecipare.
Faremo il punto sull’attività svolta nel 2007 e in questa prima parte del 2008 ed esamineremo gli scenari futuri.
L’associazione è attiva nella programmazione culturale dell’espace populaire, proponendo da alcuni anni spettacoli, concerti, proiezioni, conferenze e incontri con ospiti appartenenti al mondo del giornalismo, della politica, della cultura.
A volte gli appuntamenti sono stati isolati, altre volte, invece, si sono organizzate rassegne fisse ( giornalisti di cui andare fieri, espacejazz, espace montagna, musicalmente, la settimana rossa), altre volte, infine, l’associazione ha promosso incontri più ludici (i mondiali di calcio, il rugby, tra poco gli Europei).
Sempre, comunque, con l’idea di favorire la socializzazione e lo scambio culturale in maniera divertente e capace di aggregare.
Per la continua crescita dell’espace populaire, per il continuo apporto di idee e di energie nuove, è molto importante la partecipazione del maggior numero di soci possibile anche attraverso comunicazioni tramite e-mail o direttamente partecipando ai direttivi che sono sempre aperti a tutti o con altre forme che si ritengono più opportune.In altre parole, si vogliono raccogliere le istanze, i punti di forza e le debolezze dell’espace e portarle all’ordine del giorno dell’assemblea dei soci.
L’espace populaire è di chi lo frequenta e tutti noi siamo attori e responsabili della sua sopravvivenza, crescita e sviluppo; più partecipiamo e migliore sarà la qualità delle iniziative, vediamoci e confrontiamoci quindi non solo all’assemblea del 14 giugno ma anche nei direttivi allargati.
Per i più pigri – e per i più indaffarati – è da oggi disponibile questo blog dell’espace populaire come ulteriore strumento per partecipare al dibattito sull’avvenire del nostro circolo.
Gli argomenti all’ordine del giorno dell'assemblea sono:
§ Relazione attività svolta§
Presentazione bilancio consuntivo 2007 e provvisorio 2008
§ Rinnovo delle cariche del direttivo
§ Pagamento affitto
§ Strategie di sviluppo
§ Partecipazione dei soci all'attività
§ Rapporti e prospettive verso Cooperativa Rosso Piccante:
§ Sinergie con altre associazioni
§ Presentazione UCCA Aosta
§ Varie ed eventuali
Su tali argomenti siete invitati ad esprimere considerazioni, suggerimenti, proposte e critiche con le modalità sopra indicate.
Saluti a tutte/i
Il presidenteGabriele Scattolin