Risposta alla domanda: Perché Rollandin prende così tanti voti?
Rien va. Questo breve saggio, necessariamente sintetico e provocatorio, fatto di appunti schematici e ipotesi di ricerca per ulteriori approfondimenti, è stato pensato e scritto con una finalità chiara, trasparente e precisa. Aprire un dibattito serio e schietto sull'attuale situazione politica valdostana, tra coloro che, pur essendo da tempo disimpegnati e distanti dagli intrighi e intrallazzi di palazzo e per di più disincantati nei riguardi dei suoi poco commendevoli protagonisti, nondimeno hanno ancora a cuore le sorti della nostra regione. I tempi stanno cambiando velocemente e impongono risposte adeguate. Il passato non è più all'ordine del giorno. A me sembra, da semplice cittadino, senza animosità e partigianeria, che in Valle d'Aosta non ci sia la necessaria consapevolezza critica delle nuove sfide che ci attendono. Nel frattempo il clima attorno a noi è decisamente peggiorato. La casta politica tira a campare tra palese incompetenza e malaffare. La società civile sopravvive in uno stato di totale passività, che quasi sempre si accompagna a cinico opportunismo e deprimente conformismo. Gli intellettuali nostrani si sono rifugiati nel culto archeologico dell'identità e della memoria. L'informazione è felicemente imbavagliata e l'opinione pubblica, colpevolmente distratta e acquisciente, si limita a consultare il vippometro settimanale. Lo scenario internazionale, infine, è a dir poco inquietante e minaccioso. Ciò nonostante nell'isola felice l'indifferenza e l'insipienza dei suoi soddisfatti abitanti crescono e il libro paga continua ad allungarsi. Ma il caldo latte di mamma regione sta per finire e al risveglio dal torpore casalingo ci sarà poco da scherzare. A questo punto, perseverare ancora nella beata rassegnazione, nella dissimulazione disonesta, negli accomodamenti gattopardeschi del quieto vivere e nella morale filistea della doppia verità non gioverà a lungo. Forse è venuto il momento di prendere la parola, guardare in faccia la dura realtà, chiamare le cose con il loro vero nome (e cognome), avere il coraggio delle proprie azioni. Pertanto, con obiettività e onestà intellettuale, spero che questo mio modesto contributo di pensiero, frutto amaro di disgusto e civile indignazione, possa favorire una libera discussione tra quanti vogliano finalmente riflettere e impegnarsi, senza pregiudiziali tatticismi e strumentalizzazioni ideologiche, in vista di un possibile radicale cambiamento della miserabile condizione della Valle d'Aosta.
Intramontanismo. Le montagne proteggono e soffocano allo stesso tempo. La natura è ancora bella e incontaminata, ma alla lunga stanca, tanto più se la compagnia è pessima e scadente. L'orizzonte si restringe e lo sguardo si abbassa. Alla sera, finita la giornata, si dorme senza sognare. Qui tutto è immobile, manca quasi l'aria. La regione è piccola e angusta, come la città e la gente che vi abita. Tutti si conoscono, si frequentano e tutti cercano di sistemarsi. La vita non presenta pericoli e non riserva sorprese. Sempre la solita routine quotidiana: su e giù per la via, salire le scale, bussare alla porta, salutare gli amici, due chiacchiere al bar. L'amministrazione regionale pianifica, elargisce, protegge, rassicura e controlla tutto per il bene di tutti. Basta chiedere e ognuno sarà accontentato e ricompensato. D'altronde il motto è semplice: bien faire et laisser dire. Pensare non serve davvero. Suvvia, siamo sinceri, cosa ci lamentiamo a fare: c'è di peggio nel gran mondo. Tuttavia, nonostante il diffuso benessere materiale, si invecchia precocemente e le torve facce non sono raccomandabili. Ogni tanto qualcuno s'impicca. C'è tristezza e desolazione per le strade deserte e la gente si annoia. Una strana indolenza alpestre è calata dagli alti monti. Come ha riferito un noto economista italiano, questa valle, addormentata nell'agio e nella ricchezza, sta sprofondando in una condizione atavica di inerzia spirituale e parassitismo. L'epoca è in putrefazione. Si comincia a strisciare. Le bocce sono tante, ciascuno tira la sua, ma tutti mirano a quella centrale, il re. Ma non si tratta che del re della porta accanto, davanti al quale bisogna fare un sorriso ipocrita.
Centro e periferia. Secondo le analisi del politologo Stein Rokkan, nel processo di formazione dello stato nazionale, la frattura centro-periferia produce movimenti etno-nazionalisti e partiti regionalisti. Nei confronti del centro, le periferie si caratterizzano per tre aspetti: distanza (marginalità politica), differenza (diversità culturale) e dipendenza (arretratezza economica). In una prospettiva europea comparata, la Valle d'Aosta rappresenta il caso di una regione periferica con alta forza culturale e bassa forza economica. Da un punto di vista storico e istituzionale, dalla fine della Seconda guerra mondiale sino ad oggi, l'Autonomia valdostana come forma di autogoverno ha superato e risolto il conflitto centro-periferia mediante la negoziazione delle competenze legislative e amministrative. Ora, la riforma costituzionale dello Stato italiano e il tanto paventato federalismo fiscale riaprono la tensione tra centro e periferia, rimettendo in gioco la natura dei rapporti giuridici tra stato centrale e poteri locali. Questo lo stato delle cose. Un dato storico è comunque indubbio e incontrovertibile: la globalizzazione non salverà nessuno. Inutile piagnucolare e recriminare. I margini per rinegoziare la questione sono labili e incerti. Ma probabilmente le vecchie ricette non serviranno più. Dovremmo piuttosto rimboccarci le maniche. Quando Roma e Bruxelles chiuderanno i rubinetti, le vacche grasse presto dimagriranno, il sistema di potere valdostano forse crollerà come il muro di Berlino e la Storia, con merci e turisti appresso, ripartirà: direzione Pechino.
Patroni e clienti. Per l'attuale politologia, l'Union Valdôtaine rappresenta una subcultura politica territoriale. In Valle d'Aosta si è consolidato un particolare sistema politico locale, caratterizzato da un elevato grado di consenso per una determinata forza e da una elevata capacità di aggregazione e mediazione dei diversi interessi a livello locale. Tutto ciò presuppone l'esistenza di una fitta rete istituzionale coordinata dalla forza dominante che controlla il governo locale e tiene i rapporti con il potere centrale. Come la DC della Prima Repubblica, oppure il vecchio PCI nelle regioni rosse, l'Union Valdôtaine è, tecnicamente parlando, un partito clientelare di massa che massimizza il consenso sulla base dello scambio personale di favori tra clienti e patroni. Attraverso reti e pratiche di intermediazione (patronage e brokerage), questo tipo di partito localista distribuisce favori e risorse a cittadini ridotti a clienti, che a loro volta restituiscono i favori attraverso il voto e la lealtà. In questo modo il partito che detiene il monopolio del potere esercita un uso patrimonialistico, personalistico e discriminatorio delle risorse che, in una prospettiva di lungo periodo, fatti salvi i benefici iniziali, avvilisce e danneggia la collettività e l'interesse generale. Un tale sistema politico, tendenzialmente autoritario e mafioso, utilizzando le armi illegali della corruzione e del ricatto (il mitra, per fortuna, ancora non si vede), può evolvere in caciquismo, gangsterismo, caudillismo, cuffarismo, ecc. Per diversi fattori, negli ultimi decenni in Valle d'Aosta si sta verificando, io credo, tra la scandalosa remissività e le molteplici complicità della popolazione civile, una degenerazione delle istituzioni e della società valdostana che ne pregiudicherà l'avvenire. Sinceramente non penso di esagerare in questa analisi pessimistica. In buona sostanza, stiamo assistendo a un progressivo e pericoloso processo di “putinizzazione” della vita politica locale.
Totem e tabù. Il partito regionalista generalmente ha un padre fondatore, un patrimonio mitologico e una liturgia politica. All'origine il suo elettorato proviene dai contadini della campagna. In seguito, con l'evolversi della società, per ottenere maggiore consenso e mantenere il controllo del territorio, esso assume una vocazione interclassista, confondendo insieme elettorato di opinione ed elettorato di scambio. Tuttavia il paradigma economicistico della scelta razionale, del voto di scambio e del clientelismo non è sufficiente a spiegarne il durevole successo. Si tratta, infatti, di un partito identitario, ben radicato nell'immaginario etnico, e soprattutto dotato di una forte valenza simbolica. Per utilizzare sbrigativamente categorie weberiane e freudiane, prendendo il caso particolare e paradigmatico di Rollandin, si può a ragione sostenere che il suo potere personale, tralasciando la legalità, oltre che derivare dalla tradizione si fonda innanzitutto sul carisma. Attraverso meccanismi di identificazione proiettiva, il popolo valdostano segue il suo capo, poiché crede nella sua forza e ha fiducia nella sua guida. Egli è veramente il buon pastore di mucche. Nei momenti storici di insicurezza e precarietà, quali quelli che stiamo attraversando ora, la servitù volontaria del popolo bue si rafforza ulteriormente e si trasforma in una delega assoluta, che spesso presenta i caratteri dell'acclamazione plebiscitaria, a scapito della complessa dialettica democratica con i suoi necessari limiti e controlli. Sia chiaro, la crisi della rappresentanza e della democrazia come forma di governo sono problemi che riguardano ormai tutto l'Occidente. Da un punto di vista prettamente ideal-tipico, questa gestione paternalistica del potere politico è un misto allarmante di cesarismo, bonapartismo, fascismo, gollismo, peronismo, ecc. In salsa rossonera potremmo chiamarlo “rollandinismo”.
Voglia di comunità. Come è stato giustamente detto, nel corso della sua storia la Valle d'Aosta è passata da un comunitarismo premoderno agro-pastorale, dove su una massa ignobile di contadini dominavano preti e signori, a un comunitarismo moderno statal-regionale, diretto e gestito in modo oligarchico da bande e cricche di politici, notabili e funzionari, che controllano la vita economica e sociale della comunità valdostana, mediante cooptazioni e lottizzazioni. Da più parti si afferma che, nonostante tutto, questo sistema di potere ha garantito ai valdostani un efficiente stato sociale e un notevole benessere economico. In realtà si tratta di un sistema perverso e drogato. Proseguendo la similitudine, il tossico si accorge di essere dipendente quando gli manca la sostanza e allora il suo organismo si ammala e crolla. Nel calcolo dei costi e benefici i conti non tornano più. Se non vuole morire, deve cambiare strategia. Certamente non è un'impresa facile, bisogna ripartire da zero. Più comodo maledire il cielo e prendersela con gli altri. Fuor di metafora, come ha ben visto Aldo Bonomi, nelle aree tristi di montagna, rimaste ai margini della globalizzazione, oppure incapaci di metabolizzarne l'impatto e di affrontare i processi di modernizzazione, al di là del libretto di risparmio, è il desiderio di vita che si è indebolito. Tra l'economia che arranca e la società che si debilita in mezzo c'è il nulla: l'anomia, l'apocalisse culturale. Se e quando saranno ridotti o eliminati i trasferimenti dello stato italiano, a quel punto emergerà drammaticamente l'arretratezza strutturale del tessuto produttivo della nostra regione. In un contesto di frustrazione e deprivazione crescono il rancore, il risentimento e, con essi, la tentazione della chiusura etnica e localistica, ovvero la difesa ossessiva e paranoica del proprio territorio contro nemici esterni. Non a caso il vocabolario razzista del neopopulismo alpino delle piccole patrie comincia a prendere piede anche da noi. Quando contributi e buoni benzina finiscono, non rimane altro che il richiamo ideologico della comunità immaginata. Come dire: tanto fumo ma poco arrosto. Nel breve periodo questa strategia politica può pagare elettoralmente, ma alla lunga diventa fallimentare. Si tirano fuori i costumi tradizionali, si rispolverano gli zoccoli, si studia il dialetto, ma così non si fa molta strada.
Giovani. Citando la teoria di Albert Hirschmann, di fronte alla crisi dei partiti e della politica, che oramai è sotto gli occhi di tutti, i cittadini sono posti di fronte all'alternativa tra la protesta (voice), prendere la parola e ribellarsi, oppure la defezione (exit), abbandonare il campo e fuggire. Dal mio punto di vista, come ho cercato di argomentare in questo frettoloso e provvisorio testo, mi sembra che nella società valdostana serpeggi un malessere strisciante per come stanno andando le cose. In modi e toni diversi, e soprattuto tra le persone più lungimiranti, si manifesta la convinzione che perseverare ostinatamente nella vecchia strada non ci porterà da nessuna parte. Il dilemma, allora, è quello di riuscire a coagulare questo malumore attorno a un programma politico forte e credibile, senza disperdere le energie nel vittimismo, che incrementa la propaganda populista e regionalista. Ritengo che una classe dirigente, capace, seria e responsabile, dovrebbe prendere in considerazione questi problemi di sistema e mettere in campo idee e progetti che non si riducano alla mera gestione amministrativa e spartitoria dell'esistente. Temo però che oggi in Valle d'Aosta manchino le persone adatte per un'impresa di tale portata. Perché allora non pensare in grande? Propongo una soluzione stravagante, da rinviare a un lontano futuro. La comunità valdostana dovrebbe prendersi cura della formazione della propria gioventù nel modo seguente. Mandare obbligatoriamente, per legge, tutti i giovani neodiplomati valdostani fuori dalla petite patrie, in Italia e soprattuto all'estero, a studiare e lavorare fino all'età di trent'anni. Naturalmente a totale carico dei residenti. Le risorse finanziarie si trovano. Per esempio, si potrebbe cominciare a chiudere la locale università che sforna impiegati e maestrine. Ho letto che un laureato da noi costa circa 40 mila euro annui. Credo si possa spendere meglio il denaro pubblico. Insomma, investire e scommettere sulle nuove generazioni, per preparare una classe dirigente più competente e dignitosa. Uscire dall'ombelico della regione; fare un giro più lungo del tour delle sagre di paese; vedere, conoscere e praticare il resto del mondo; e poi forse ritornare con idee nuove da realizzare. Lasciare i giovani ai deliri alcolici della festa dei coscritti e all'elemosina di un posto in regione, non è un modo saggio di affrontare il futuro.
(Pierluigi Vuillermin)
venerdì 3 ottobre 2008
TESI SULL'ATTUALE SITUAZIONE POLITICA VALDOSTANA
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
1 commento:
Bello, condivisibile in pieno!
Sarebbe bello organizzare un incontro
su questo tema!
grazie,
Jean-Marie Rossi
Posta un commento